Complesso di San Domenico Maggiore di Napoli 7 curiosità

Complesso di San Domenico Maggiore di Napoli 7 curiosità

Ads

Il complesso di San Domenico Maggiore è una tappa imperdibile del centro storico di Napoli. La chiesa domina l’omonima piazza come una maestosa regina internamente vestita di oro barocco, che ricopre la sua originaria pelle gotica. Il convento invece si lascia rubare la scena, arroccando sul vico retrostante i suoi accessi confluenti nel verdeggiante chiostro di San Domenico, abitato da quattro statue di sante domenicane.

La chiesa e il convento sono entrambi visitabili gratuitamente.  Essi custodiscono uno dei più rilevanti complessi religiosi della città, focolare dei frati domenicani, tra cui spiccano importanti personalità come Tommaso D’Aquino e Giordano Bruno, accanto a ammirevoli opere di artisti di alta levatura, come il Cavallini e il Solimena.

Ecco, di seguito, 7 curiosità sul complesso che forse non conosci:

  1. La prestigiosa sala del Capitolo;
  2. Le monofore recuperate dai lavori di restauro;
  3. Le mostre e gli eventi;
  4. La luminosa macchina delle quarantore;
  5. Il Crocifisso miracoloso che parlò a San Tommaso D’Aquino;
  6. La statua acefala di Tommaso Ruffo;
  7. La leggenda della Madonna di zi’ Andrea.

 

1. La prestigiosa sala del Capitolo

Sala del Capitolo

Sala del Capitolo

Hai mai sentito l’espressione “Avere voce in capitolo?”. Essa trae origine dai collegi canonici di una comunità monastica, in cui soltanto alcuni membri avevano diritto di parlare e deliberare durante, di scrivere il Capitolo. La sala del Capitolo situata nel convento di San Domenico Maggiore è quella che meglio si è conservata in tutto l’edificio ed è una delle più suggestive tra quelle edificate durante i lavori di ampliamento commissionati dal priore Tommaso Ruffo, intorno alla fine del XVII secolo.  La sala è abbellita da pregevoli decorazioni in stucco realizzate da maestranze dell’ambito di Cosimo Fanzago e da decorazioni pittoriche eseguite dal pittore siciliano Michele Ragolìa, rappresentanti il Calvario, la Passione e il Martirio di Cristo.

 

2. Le monofore recuperate dai lavori di restauro

Monofore

Monofore

In uno dei corridoi del convento ritroviamo una parete su cui campeggiano tre monofore di più recente e insolita scoperta. Esse sono state riportate alla luce dagli scavi eseguiti durante i lavori di restauro del sito avvenuti tra il 2006 e il 2011. La presenza delle tre monofore era segnalata soltanto da una finestra della Sala del Capitolo, recante una pittura trompe l’oeil. Tale tecnica pittorica, come noto, si basa sulla riproduzione bidimensionale della realtà, dunque, dalla finestra affacciata sul corridoio le tre monofore dovevano essere realmente visibili, almeno in passato. I restauratori hanno così scavato lungo la parete in questione e le hanno così effettivamente recuperate. Esse sono di notevole interesse storico perché ci fanno comprendere che la struttura si elevava già su un primo piano in epoca pre-angioina.

 

3. Le mostre e gli eventi

Mostra di Totò

Mostra di Totò

Quella del complesso di San Domenico Maggiore è una storia di trasformazioni e cambiamenti. Durante il corso dei secoli sono state date all’edificio diverse e strambe destinazioni.  Tra il 1865 e il 1885, con la soppressione degli ordini religiosi, i padri domenicani hanno dovuto abbandonare il convento, che ha avuto riadattamenti discutibili come: palestre, istituti scolastici, ricovero per mendicanti e sede del tribunale. Oggi esso è anche il luogo in cui prendono vita sfilate di moda, rappresentazioni teatrali, convegni, presentazioni di libri, eventi enogastronomici, accanto a interessanti mostre di svariata natura. Uno sguardo alla programmazione degli eventi è sempre consigliabile se si è in città.

 

4. La luminosa Macchina delle Quarantore

Macchine delle Quarantore

Macchine delle Quarantore

Qualcosa di raro e sorprendente rischiara la Chiesa di San Domenico Maggiore. Si tratta di una Macchina delle Meraviglie, ovvero la Macchina delle Quarantore; l’unico congegno di questo tipo ancora esistente a Napoli e dunque visibile soltanto qui. L’apparecchiatura barocca utilizzato per l’Adorazione dell’Eucarestia, illuminava la chiesa sommersa dall’oscurità grazie a lucerne ad olio e candele, per 40 ore, a partire dal Giovedì Santo. Le “40 ore” sono quelle che Gesù trascorse nel sepolcro prima della Resurrezione. Lo spettacolare trionfo di luci è visibile per qualsiasi visitatore lo desideri.

 

5. Il Crocifisso miracoloso che parlò a San Tommaso D’Aquino

La cella di San Tommaso d'Aquino

La cella di San Tommaso d’Aquino

Tommaso d’Aquino, il Doctor Angelicus pilastro della teologia e della filosofia della Chiesa cattolica, visse e insegnò proprio nel Complesso di San Domenico Maggiore tra il 1272 e il 1274. La cella in cui il frate domenicano svolse i suoi studi liturgici e ricevette i suoi studenti, è tutt’oggi visitabile nel primo piano del convento.  Il suo ingresso monumentale è costituito da un portale in marmi mischi sormontato da un mezzobusto personificante il santo, opera di Matteo Bottiglieri. All’interno,  sopra l’altare è posto l’originale dipinto duecentesco della Crocefissione, la cui copia è presente nel Cappellone del Crocifisso della chiesa stessa. Secondo la testimonianza del sacrestano, il crocifisso impresso sulla tavola pittorica si sarebbe miracolosamente rivolto a San Tommaso dicendogli: «Tommaso tu hai scritto bene di me. Che ricompensa vuoi?». Il santo, irradiato da un raggio di luce, avrebbe risposto: «Nient’altro che te, Signore».

 

6. La statua acefala di Tommaso Ruffo

Prior Ruffo

Priore Tommaso Ruffo – Duca di Bagnara

Una volta varcato l’ampio scalone di piperno che conduce al primo piano del convento, volgendo lo sguardo sulla sinistra è possibile scorgere una scultura sospesa privata del capo, mai ritrovato. L’uomo rappresentato è Tommaso Ruffo, duca di Bagnara. Sotto il suo priorato, il complesso di San Domenico raggiunse il suo massimo sviluppo, tanto che i visitatori lo paragonavano ad una vera e propria città nella città. A partire dal 1669 il priore Ruffo promosse notevoli interventi di lavori, volti a salvaguardare gli ambienti legati alla storia secolare del complesso, che durante il Seicento divenne quindi una fucina di imponenti proporzioni.

 

7. La leggenda della Madonna di Zi’ Andrea

Cappella di Zi' Andrea

Cappella di Zi’ Andrea

La prima cappella della navata sinistra della Chiesa di San Domenico Maggiore è la cappella di Zi’ Andrea. In essa è collocata una copia della tela caravaggesca della Flagellazione di Cristo, in sostituzione del dipinto originale, esposto oggi a Capodimonte. Proprio in sostituzione dell’opera del Merisi, nel 1675 fu posta sull’altare un’opera lignea conosciuta come Madonna di Zi’ Andrea, che poi ha dato il nome alla cappella. Essa fu infatti commissionata dal frate Andrea d’Auria di Sanseverino dell’Ordine dei frati Domenicani, benvoluto dai fedeli al punto tale da essere chiamato “Zio Andrea”. La leggenda vuole che il frate facesse realizzare questa statua su richiesta di una dama che, una volta terminata l’opera, la rifiutò in quanto non soddisfatta del volto della Vergine. Il frate decise di tenere per sé la statua e si narra che il mattino seguente la trovò con un volto più grazioso di quello realizzato dall’artista.

 

Dove si trova il Complesso di San Domenico Maggiore

 

Non perdere l’opportunità di visitare il Complesso di San Domenico Maggiore e altri affascinanti siti del centro storico di Napoli. Se vuoi scoprire altre chicche su questo ed altri luoghi clicca qui

Ads

Marina Sarracino
Marina Sarracino nasce a Napoli nel giugno 1987. Lavora come promotrice culturale nel centro storico di Napoli e collabora come redattrice per alcuni siti dedicati al turismo e alla cultura. Ha scritto, in qualità di blogger-mapper, alcune guide emozionali di viaggio legate ai territori della sua città e dell'isola di Malta. Si è laureata in Progettazione e Gestione dei Sistemi Turistici presso l'Università di Napoli Federico II. Ama scrivere sin da quando era bambina, credendo che la scrittura sia la miglior palestra per allenare la sua fantasia. È autrice del romanzo "L'arcobaleno nelle occhi", che racconta di una colorita e intensa storia d'amore ambientata proprio a Napoli. Scrivere della sua città è per Marina un modo gratificante di valorizzarla.

Cosa ne pensi?

Scrivilo in un commento