Le sciantose: luci e ombre delle star della Belle époque

Le sciantose erano la vera attrazione dei Café-Chantant di Napoli durante gli anni della Belle époque.

Il loro passato era un mistero, parlavano con accento straniero, usavano nomi d’arte francesi e millantavano storie d’amore con personaggi del jet-set. In realtà, erano solitamente ragazze del popolo che tentavano la carriera dello spettacolo per uscire dalla povertà.

In un mondo dove la disoccupazione era una vera piaga sociale, soprattutto per la donna, questa rappresentava l’unica soluzione per avere un’indipendenza ed identità sociale. Anche questa vita però non era semplice: le ragazze che decidevano di iniziare la carriera di sciantosa dovevano mettere da parte l’amore e cercare di farsi strada tra le tante Concetta, come venivano chiamate le sciantose esordienti.


La sciantosa: uno dei simboli dell’Unità di Italia a Napoli

Il 6 settembre 1890 Garibaldi entrò a Napoli e poco dopo il suo arrivo iniziò una clamorosa protesta. Diverse centinaia di prostitute si diressero verso il carcere della Vicaria reclamando la liberazione dei loro protettori ed urlando slogan garibaldini. Indossavano un giubbetto rosso e una serie di sottane, l’abbigliamento tipico delle canzonettiste.

Dopo un anno a via Toledo aprì il primo café-chantant napoletano. Qui si esibirono anche le prime canzonettiste, cantanti dalla tecnica approssimata ma piene di fascino. Erano praticamente le prime sciantose, tutte vestite di rosso e che Roberto De Simone descriveva come Sciantose Garibaldine.


Da Lilì Kangy a Ninì Trabusciò: la sciantosa nella Canzone Napoletana

La figura della sciantosa ha inevitabilmente ispirato tante canzoni che sono diventate alcuni dei tanti successi della canzone classica napoletana.

La prima è del 1894, Mario Pasquale Costa, autore di molte melodie di successo, fu ispirato da questo fenomeno di costume e, mentre sedeva al tavolo di una birreria di Napoli, scrisse e musicò la canzone ‘A frangesa (la francese) che divenne rapidamente un cavallo di battaglia di molte sciantose che si esibivano nei teatri di varietà e si riconoscevano nel ruolo. Le parole della canzone fanno riferimento alle prime sciantose di Napoli che si esibivano in locali assai più modesti del famoso Salone Margherita.

La canzone parla di una ragazza che si esibisce davanti a un pubblico maschile e che si dichiara francese perché a fine ‘800 evocare la Francia e citare Parigi equivaleva un mondo di moda, eleganza e spensieratezza. Le ragazze napoletane, desiderose di far fortuna hanno sempre sognato di andare lontano o di essere nate in un altro posto, e poi, però, al tempo stesso di venire a Napoli e farsi ammirare comunque nella loro città. Prima Parigi, poi l’America ed infine Londra…ma il desiderio che tutte nel cuore nutrivano, pur lasciando intravedere altri orizzonti, è sempre stato quello di essere felici a Napoli.

Allo stesso filone appartiene la canzone Lilì Kangy del 1905 scritta da Salvatore Gambardella e Giovanni Capurro. Anche si riprende il tema della nazionalità “altra” che questa volta evoca sia la Francia che la Spagna, terra affine per storia e tradizioni a Napoli, ma pure diversa e lontana. Il titolo della canzone fa riferimento ad un esotico pseudonimo di una ragazza napoletana che crede di aver trovato la strada del successo ma che dichiara subito la sua identità: la ragazza racconta che è passata da semplice Concetta a diventare la celebre Lilì Kangy; è fiera delle sue origine e pe quanti ne provano ad indovinare la sua provenienza, che sia la Francia o la Spagna, lei dichiara apertamente di al Conte di Mola (un vico dei Quartieri di Napoli).

Nella canzone si fa anche riferimento all’avviamento delle tre sorella minori alla carriera di sciantosa, sull’onda del successo ella sorella maggiore protagonista. Questo fa comprendere di come il mestiere della sciantosa fosse diventato ormai all’epoca una prospettiva di lavoro per ragazze ansiose di uscire dalla miseria.

Nel 1911, nel pieno clima dell’emigrazione italiana di massa, Salvatore Gambardella e Aniello Califano scrivono Ninì Tirabusciò, una canzone che avrà un grande e duraturo successo, anche a Milano, e che ispirerà famosi film. Questa canzone viene scritta quando ormai la Belle époque è al tramonto e gaiezza e spensieratezza giungono al termine con la tragedia della Prima Guerra Mondiale.

Rispetto alle due canzoni precedenti, Ninì Tirabusciò è una protagonista molto più cinica e spregiudicata: decide di lasciare per sempre Napoli e il consorte, che definisce un inetto imbecille, per andare a cercare fortuna altrove. Consapevole di non avere questo gran talento canoro, si improvvisa sciantosa più per seguire il successo e la ricchezza che per una sua vocazione e passione. Ninì dichiara apertamente di essere un’arrivista e che non serve il talento, ma mostrarsi disponibile e trovare qualcuno che ti appoggi economicamente.

La canzone fu portata al successo dalla sciantosa romana Maria De Angelis, in arte nota come Maria Campi, che inventò anche la storica “mossa”, un colpo d’anca che aveva luogo alla fine dell’esibizione.

A parlare della Sciantosa, in maniera “indiretta”, è infine la canzone Reginella, scritta nel 1917 da Libero Bovio e Gaetano Lama. Stavolta come protagonista non c’è la sciantosa che si esibisce sul palcoscenico, ma un gruppo di sciantose in un momento di vita quotidiana, viste attraverso lo sguardo triste di un ex-innamorato. La canzone vuole far capire di come fosse difficile gestire le relazioni sentimentali da sciantosa, che considerata la loro vita mondana e le vesti scollate, erano spesso costrette ad allontanare i loro primi e semplici innamorati.


Te si' fatta 'na veste scullata, Nu cappiello cu 'e nastre e cu 'e rrose... Stive 'mmiezo a tre o quattro sciantose, E parlave francese... è accussì?
Reginella - Roberto Murolo

Le più famose tra le sciantose napoletane

Sono tanti i nomi delle sciantose che si sono esibiti sui palcoscenici dei Caffè Concerto di Napoli. Andiamo a ricordarne alcune delle più famose originarie proprio di Napoli.

Elvira Donnarumma: Nacque a Napoli nel 1883 ed era chiamata Capinera per via dei suoi ricci capelli neri. Fu la regina indiscussa dei primi vent’anni del ‘900: i suoi dischi andarono a ruba e solo verso la metà degli anni ’20, a causa della sua malattia, fu costretta a rallentare la sua attività artistica, per dar spazio a nuove promesse canore napoletane e future star internazionali.

Gilda Mignonette: Nome d’arte di Griselda Andreatini, nacque a Napoli il 28 ottobre 1889 e muore l’8 giugno 1953 durante la traversata da New York a Napoli dopo aver espresso il desiderio di morire nella propria città natale. Non ci riuscì, morì ventiquattro ore da Napoli sulla transoceanica “Homeland”. Conosciuta come la Regina degli Emigranti, le sue interpretazioni diventano vere e proprie hit internazionali. Per il suo talento formidabile è stata paragonata alla cantante blues Bessie Smith.

Ester Bijou: Nome d’arte di Giovanna Santagata. Nasce a Capua (Napoli) il 19 luglio 1883 e muore a Napoli all’età di 29 anni non ancora compiuti. Biondissima e con occhi azzurri, viene subito definita Diavoletto Biondo per la sua capacità di scatenarsi sul palcoscenico e di coinvolgere il pubblico in sala. Il 4 luglio del 1912, dopo uno spettacolo teatrale al Salone Margherita, è ritrovata morta in un albergo di Napoli, suicidatasi con un colpo di rivoltella al cuore.

Ria Rosa: Vero nome Maria Rosa Liberti, nacque a Napoli il 2 settembre 1899. Esordisce giovanissima alla sala Umberto, mostrando una notevole voce calda e decisa. Si esibisce anche a New York dove viene proclamata Cantante degli Emigranti ed ironicamente Nonna delle Femministe. È la prima a trattare temi come quello delle ragazze madri di Napoli. Suscita scalpore per i suoi travestimenti da Guappo napoletano per interpretare canzoni maschili. Muore in America nel 1988.


L’etimologia di Sciantosa nella Napoli Moderna

Oggi il termine “sciantosa” viene utilizzato di frequente dai napoletani per descrivere una donna che si è impegnata molto nella cura del proprio aspetto o che viene percepita come eccessivamente vanitosa.

Il termine può avere accezione negativa o positiva a seconda del contesto in cui viene inserito, ma quasi sempre esso presenta una connotazione scherzosa: non è difficile che l’espressione venga utilizzata per prendere in giro l’atteggiamento smorfioso di una donna attraente o anche quello capriccioso e viziato di una ragazzina che gioca a far la grande.